Viola
Aveva sempre supposto di essere una persona sfortunata e affrontava la vita con un atteggiamento di sfiducia e di abbattimento, con un’espressione di mestizia sul volto e una piega amara sulle labbra.
Viola si lamentava sempre e si lagnava di tutto e di tutti. Conversando con un’amica, una volta, aveva detto che se si fosse recata a fare il bagno nella vasca di Lourds, sicuramente sarebbe affogata.
Era una signora bionda e dal viso grave, longilinea, ma un po’ segaligna. Portava i capelli raccolti dietro la nuca e gli occhiali da miope, le conferivano un’aria eternamente triste. Sposata con un medico molto impegnato, restava continuamente sola. I due figlioli erano ormai grandi e anche loro stavano più fuori che dentro casa. Di ciò si lamentava e blaterava che doveva fare tutto da sola per la famiglia.
- In questa casa devo pensare a tutto io!-gridava ogni tanto.
Gli interessati facevano finta di non capire.
La disavventura di quella volta la confermò nel suo convincimento di essere un campione di iattura.
Da molto tempo, la coinquilina del piano superiore la infastidiva col suo comportamento villano e incivile. Buttava dal balcone ogni genere di rifiuto, che puntualmente andava a finire sul balcone di Viola. Lasciava cadere anche dell’acqua sporca e quella pioggia infetta non era certo una benedizione del cielo.
Aveva provato a chiedere gentilmente alla signora di evitare certi comportamenti, ma quella aveva alzato le spalle dicendo che in casa sua poteva fare ciò che voleva. Allora glielo aveva chiesto perentoriamente, ma senza alcun risultato. Si era rivolta all’amministratore dello stabile, ma anche lui non era riuscito a far desistere l’educatissima cittadina dal lanciare schifezze.
Insomma era esasperata e un bel giorno pensò di denunziare la cosa ai carabinieri. Si recò alla più vicina stazione e chiese di poter parlare con il maresciallo. La introdussero in un ufficio e vide in piedi, dinanzi a una finestra, il rappresentante dell’arma intento a osservare la città con un binocolo.
-Accidentaccio!-diceva -Prima ti vendono questi dannati arnesi e poi ti accorgi che non funzionano. Non si vede un corno! -
Viola osservò meglio la scena ed esordì: -Secondo me, maresciallo, se togliesse la custodia dalle lenti del binocolo, vedrebbe certamente meglio. -
Senza girarsi a guardare l’interlocutrice, quello ribatté: -Custodia? Che custodia? Ah! C’è una custodia che copre i vetri. Certo! La devo togliere. -
Fatta quest’operazione, sembrò soddisfatto del risultato: -Oh! Ora sì! Vedo tutto a un palmo di naso. -
Poi si girò di scatto: -Lei chi è scusi? Cosa desidera? -
-Dovrei fare una denunzia. Sono la signora Viola Bianchi e abito in via Vallelunga n° 5. -
-Ah capisco una denunzia. Che genere di denunzia signora? -
Si era seduto alla scrivania e aveva incrociato le mani.
-Contro la coinquilina del piano superiore che butta sempre i rifiuti sul mio balcone. -
Il maresciallo si grattò il naso grosso e prominente.
-Certo è contro legge. Ma non potrebbe evitare di denunziare il fatto? -
-Cosa? E perché maresciallo? Dovrei continuare a vivere in un letamaio? -
-Non esageriamo, in fondo si tratta solo del balcone, non di tutta la casa. -
-Ci mancherebbe pure che mi sporcasse tutta la casa! Ma egualmente quel balcone sudicio è un’indecenza e fonte d’infezioni. Io voglio fare la denunzia. -
-Se insiste, è nel suo diritto. -
Già, i diritti dei cittadini! Pensò Viola. E intanto si accorgeva che per esporre la querela, farla trascrivere da un altro carabiniere, rileggerla e sottoscriverla, sarebbero trascorse non meno di due ore.
Quando finalmente uscì dalla caserma, ebbe un sospiro di sollievo e s’avviò verso la propria auto che aveva posteggiato di fronte. Guardò e non la vide. Riguardò ma c’era più. Girò il capo a destra e a manca, ma l’automobile era scomparsa.
Maledizione! E ora? Dov’era la sua auto? Forse l’avevano rimossa con il carro attrezzi?
Studiò bene la segnaletica di quella strada e si rese conto di avere posteggiato in zona rimozione.
Tornò pazientemente alla caserma e chiese ai carabinieri il favore d’informarsi con i vigili urbani dove avessero condotto l’auto Fiat Panda azzurra posteggiata lì di fronte. Trascorse un’altra ora prima di ricevere una risposta.
L’auto si trovava in una rimessa all’aperto a tre chilometri di distanza. Le fornirono l’esatto indirizzo e Viola, imprecando fra sé, s’incamminò a passo svelto.
Giunta sul luogo, pagò quanto dovuto e salì sulla propria auto. Mise in moto e partì, ma la rimessa aveva un cancello che si apriva a mano. Dunque scese per aprirlo, si rimise in macchina e lo oltrepassò. Ridiscese e tornò per richiuderlo. Nel fare quest’ultima operazione non si accorse che un ragazzo, in motoretta, si era avvicinato. Con velocità fulminea scippò la borsa che era dentro l’auto e scappò. Viola era rimasta come inebetita. Aveva solo le chiavi dell’auto in mano. Sarebbe potuta ritornare per l’ennesima volta dai carabinieri a denunziare il fatto, ma la rabbia era troppo forte, l’istinto di autodifesa e di rivalsa non la fece riflettere. Salì di corsa in macchina e si mise all’inseguimento dello scippatore. Vedeva la motoretta infilarsi fra le varie strade e non la perdeva di vista continuando imperterrita l’inseguimento. Correva a un’andatura non consentita in città. Non badava più a niente, né a passanti, né a incroci. Il ragazzo si era accorto d’essere inseguito e accelerava sempre più. L’inseguimento era divenuto molto pericoloso, ma lei non se ne rendeva conto, tutta tesa a non perderlo di vista.
Nel passato, il marito le aveva detto di ritenerla una guidatrice provetta, ma un po’ spericolata. In effetti, in quel momento, dava l’impressione d’essere Schumacher al volante!
Mentre guidava concitata, pensava che dentro la borsa ci fossero le chiavi di casa, il portafoglio con molti soldi, patente e carta d’identità. Vi erano pure le foto di marito, figli e il cellulare. Vi era finanche la foto dei genitori scomparsi. Più ci pensava, più sentiva crescere la rabbia e schiacciava l’acceleratore.
Lo scippatore, con il suo veicolo, s’infilava come un razzo tra le viuzze. Era senza casco e mostrava d’essere molto giovane. Svoltò a un incrocio e il motore slittò sull’asfalto.
Viola pensò in cuor suo: -Potessi spezzarti l’osso del collo! -
In quel preciso istante, il veicolo sbandò paurosamente e urtò contro un palo della luce. Il ragazzo vi fu catapultato contro. Poi sbalzato a terra, rimase inerte. Pareva un barattino senza fili. Il capo era ripiegato e contorto. Lei aveva frenato e guardava la scena inorridita. Scese dall’auto e corse verso quel corpo immobile. Non vi era sangue, non vedeva ferite, ma quell’immobilità le produsse un senso d’orrore. Lo toccò, gridò, lo scosse, lo chiamò, urlò a gran voce. Vide la propria borsa e la raccolse automaticamente continuando a scuoterlo senza risultato. Se si fosse svegliato, gli avrebbe regalato tutte le borse che possedeva. Invece in quel viso giovane, gli occhi continuavano a restare chiusi. I capelli riccioluti erano scomposti in modo impressionante. Le braccia e le mani erano abbandonate sull’asfalto.
Si erano avvicinate delle persone. Chiese aiuto per trasportarlo sulla propria auto. Quindi a sirene spiegate, si diresse al più vicino Pronto Soccorso. I medici dissero subito che era già morto. Deceduto per frattura della base cranica e delle vertebre del collo. I carabinieri le chiesero come fosse avvenuto l’incidente, ma Viola non disse che stava inseguendo il ragazzo. Si limitò a deporre che lo aveva visto urtare contro un palo e si era fermata a soccorrerlo. D’altra parte al momento dell’impatto, nella viuzza, non vi erano testimoni. La causa del tremendo infortunio fu attribuita all’eccessiva velocità del conducente e al fatto che non portasse il casco. Non rivelò neppure ai familiari la realtà. Giurò a se stessa che avrebbe conservato il segreto sino alla morte. Ma il rimorso è un cattivo compagno. Il sentirsi colpevole è una terribile punizione per chi abbia una colpa. Viola cominciò a condannarsi. Provava una sorta di sollievo nel farlo.
Se ci condanniamo da soli, è come se gli altri non avessero il diritto di farlo.
Pensò di confessare tutto a un sacerdote. Questi le fece capire che non c’era stata intenzionalità nel suo gesto. Aveva agito per autodifesa. Il peccato non era stato mortale poiché privo di piena avvertenza e deliberato consenso. L’unica colpa grave era stata quella d’avere mentito alle forze dell’ordine. Ma anche di ciò era profondamente pentita. In poche parole la assolse e cercò di dare pace alla sua anima angosciata. Quella pace era però difficile da trovare. Talora Viola guardava suo figlio che era giovane come lo scippatore e sentiva stringersi il cuore. Quel poveretto poteva essere ancora vivo se non fosse stato per lei! Non riusciva a perdonarsi.
Il sacerdote l’aveva assolta. Lei non ci riusciva. Per fede, credeva che il Padre Eterno l’avesse perdonata. Ma non provava la medesima misericordia verso se stessa.
Ne parlò con il marito e gli rivelò la verità piangendo disperata. Quello la abbracciò e la consolò: -Violetta, tu non c’entri. E’ stata tutta colpa sua. Ti ha fatto del male e ti sei difesa. Non gli hai detto di andare a sbattere contro un palo. Non pensarci più. -
-Sì, ma ho causato l’incidente. E non ho detto niente ai carabinieri! -
Poi improvvisamente ebbe un sussulto di memoria: -E … e … e ho desiderato che morisse mentre lo inseguivo. -
A questo punto, le lacrime e i singhiozzi furono convulsi e irrefrenabili.
Il marito la stringeva e si sentiva sconfortato anche lui: -Io ti conosco. Quel desiderio è stato dettato dalla rabbia. Non avresti mai voluto che morisse sul serio! Dai, smettila. -
Ormai Viola avvertiva una nuova lucidità mentale. L’essersi confidata l’aveva fatta sbloccare. Il peso che aveva sul cuore era di natura strana. Come di chi si senta in debito con il mondo.
-No. Ora so quello che devo fare. Ai miei figli predico sempre che le leggi vanno rispettate. Io per prima le devo rispettare. Mi devo autodenunziare. Dirò ai carabinieri quello che è veramente successo. -
Il marito la guardò stralunato.
-Che dici! E perché? -
L’espressione del suo sguardo era però improvvisamente cambiata. Vi era tanta luce, la contemplava incantato, come quando erano fidanzati. La osservava in silenzio con occhi adoranti.
-Perché è giusto così. Domani andrò dai carabinieri. Se abbiamo un debito con la società, dobbiamo pagarlo. -
Nel dire quelle parole, si era sentita di nuovo bene. Era leggera e felice. La sua anima era tornata in pace.
Il giorno dopo, le sembrò che tutto fosse più roseo. Aveva preso la decisione giusta. Si sentiva nuovamente in pace con se stessa: il maresciallo la stava aspettando.